
Un confronto tra tecnologia, psicoterapia e relazione umana
Parola all’esperto psicologo e orientatore Nicolò Bongiorno
Intelligenza artificiale e confidenze personali
Sempre più persone si affidano all’intelligenza artificiale per confidare pensieri intimi e psicologici. I casi di cronaca raccontano di quanto venga sempre più spesso messa in discussione l’efficacia delle prestazioni dei chatbot, sollevando interrogativi sui limiti della sicurezza e sulle responsabilità legali.
Il punto di vista dello psicologo
Abbiamo intervistato Nicolò Bongiorno, psicologo e Responsabile dell’Area Orientamento Send ETS, per capire fino a che limite ci si possa affidare a strumenti di IA per il sostegno alla salute mentale.
“È probabile che nel giro di pochi anni l’intelligenza artificiale smetterà di commettere errori, i sistemi stanno diventando sempre più competenti” - dichiara Nicolò Bongiorno - “esistono già piattaforme che permettono di “costruire” il proprio terapeuta virtuale ideale, e non si tratta dei modelli che tutti conosciamo, ma di bot specializzati nell’area del supporto alla persona.”
L’IA può sostituire lo psicologo?
La domanda che emerge è inevitabile: l’IA sostituirà la figura dello psicologo?
“L’IA eccelle nel riconosce pattern, individua segnali di rischio, può prevedere ricadute depressive, crisi psicotiche con una precisione crescente. In questo senso è e sarà sempre più, uno strumento diagnostico potente. Tuttavia, la psicoterapia non si fonda solo sul “guarire", ma sul "prendersi cura”.
La relazione come spazio di cura
Secondo Bongiorno, la cura avviene nello spazio relazionale tra due persone che si incontrano autenticamente, perché ciò che cura l’altro è il riconoscimento.
“La differenza sta proprio nel fatto che “l'altro da me" ci porrà di fronte non “uno specchio”- come farebbe l’IA restituendoci “la risposta perfetta”, “quello che dobbiamo avere”- bensì quello che possiamo definire “l’alterità”: l’altro che fa come vuole, che non risponde come vorremmo, che ci fa frustrare, che ci fa sentire soli ma che ci fa venire voglia però di cercare ancora “l’altro”, ostinatamente”.
Il paradosso della non‑giudicabilità
Il paradosso è che molte persone si sentono più libere nel confessare segreti a un chatbot, perché non giudica; ma la terapia insegna che la cura passa proprio attraverso il rischio di essere giudicati, di scoprirsi, di farsi vedere e di essere comunque accolti da un altro essere umano anche dentro le proprie imperfezioni, dentro, le proprie brutture. A volte il paziente vuole condividere con te qualcosa che considera “vergognoso”, è importante che lui sappia che di fronte a sé c’è un essere umano che “resiste” a tutta quella parte che per una vita l'altro ha provato a nascondere.”
Il limite della perfezione artificiale
Secondo lo psicologo e orientatore il processo trasformativo avviene attraversare l’esperienza dell’incontro umano, anziché l’incontro con “la perfezione”. Inoltre ci racconta che in modo sottocutaneo l’utilizzo dell’intelligenza artificiale ci permette di risparmiare sforzo cognitivo: “stiamo perdendo la capacità di ricordare, ad esempio io ricordo il numero di telefono di mio padre, quel numero per me, ha un significato emotivo. Stiamo lentamente perdendo pezzi di noi.
Spesso sono le faccende più faticose ad essere le più nutrienti ed è estremamente faticoso incontrare l’altro, come lo è svelarsi. Gli strumenti invece, tendono a rendere le cose meno faticose”.










