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Auto elettrica: perché tanti non ci credono ancora fino in fondo (e perché la risposta passa dalla batteria)

14-02-2026 06:00

Francesco Coco - Dottore Commercialista

Sostenibilità Mobilità del Futuro, Flusso,

Auto elettrica: perché tanti non ci credono ancora fino in fondo (e perché la risposta passa dalla batteria)

Perché l’auto elettrica non è ancora una scelta “naturale” per tutti

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Nonostante la crescita delle immatricolazioni e una tecnologia sempre più matura, l’auto elettrica non è ancora una scelta “naturale” per tutti. Per molte persone il confronto con benzina e diesel resta aperto, soprattutto per motivi molto concreti: il prezzo d’ingresso spesso più alto, la ricarica non sempre semplice (in particolare senza box o posto auto), tempi diversi dal “pieno” tradizionale e, sullo sfondo, un’incertezza che pesa più di quanto si dica: quanto varrà davvero un’elettrica tra cinque anni?

Il nodo centrale: la batteria e il valore dell’usato

Ma c’è un dubbio che pesa più di tutti, perché riguarda anche il valore dell’usato: la batteria. La domanda è semplice: quanto dura e, quando non va più bene per l’auto, che fine fa? Ed è proprio qui che spunta la frase più ripetuta: “le batterie si riciclano al 95%”.

Quel “95%” suona come “problema risolto”. Ma quasi sempre non significa “riciclo completo della batteria”. Di solito vuol dire che alcuni materiali (soprattutto certi metalli) possono essere recuperati con rese molto alte in impianti moderni. Il punto è che una batteria non è fatta solo di metalli: dentro ci sono anche grafite, plastiche, elettroliti, colle, separatori. E non tutto entra nello stesso conto, né si recupera con la stessa facilità.

Quindi la domanda giusta non è “95% sì o no”, ma: che cosa recuperi davvero, come lo misuri, e soprattutto cosa fai prima del riciclo? Perché è lì che si gioca la partita più interessante: la seconda vita.

Una batteria non “muore”: a un certo punto cambia mestiere

Quando una batteria non è più ideale per la trazione, non è automaticamente da buttare. Semplicemente l’auto pretende il massimo (autonomia e prestazioni stabili), mentre in altri usi la batteria può lavorare ancora bene, in modo più “tranquillo”.

1) Prima tappa: test e diagnosi (non si decide a occhio)

Prima di scegliere, la batteria viene controllata: quanta capacità è rimasta davvero, quanto sono uniformi le celle, se ci sono segnali di stress o degrado anomalo. È un passaggio cruciale, perché non tutte le batterie “usate” sono uguali: la storia d’uso conta più dell’età anagrafica.

2) Seconda vita: utile, ma solo se è un prodotto serio

Se i test sono buoni, la batteria può essere riutilizzata per accumulo stazionario:

in casa con il fotovoltaico (più autoconsumo),

in aziende (riduzione dei picchi e maggiore stabilità),

in alcune applicazioni di supporto alla rete.

Questa è la parte “intelligente” della filiera: invece di smontare subito, estrai valore ancora per anni.

Ma qui arriva la critica che conta davvero: la seconda vita funziona solo se c’è controllo. Senza standard, garanzie e responsabilità chiare, rischia di diventare un mercato confuso: batterie “riconfezionate” senza sapere bene cosa ci sia dentro. E allora sì che il consumatore scappa.

La svolta europea: etichetta e QR, la batteria diventa “leggibile”

Ed è proprio per chiudere queste zone grigie che l’Europa sta forzando un cambio di passo: meno fiducia sulla parola, più dati verificabili.

Due date sono quelle che cambiano il gioco:

Dal 18 agosto 2026 scattano requisiti di etichettatura: informazioni standard e riconoscibili sulla batteria.

Dal 18 febbraio 2027 tutte le batterie dovranno avere un QR code con accesso alle informazioni prescritte; per batterie EV e per diverse categorie “in ambito” il QR abilita anche il battery passport (una scheda digitale strutturata con dati chiave).

Tradotto in italiano semplice: non basta più dire “questa batteria è buona”. Deve essere dimostrabile e consultabile da chi la riusa, la ripara o la manda a riciclo. E questo ha un impatto diretto su fiducia e mercato dell’usato: se la batteria è una scatola nera, l’ansia resta. Se diventa leggibile, l’elettrico diventa un acquisto meno “al buio”.

Quando la seconda vita non conviene: il riciclo definitivo, senza magia

Se la batteria è troppo degradata o danneggiata, la seconda vita non ha senso. A quel punto si va al riciclo. Ma anche qui il percorso è più concreto (e meno cinematografico) di quanto si pensi:

Messa in sicurezza: gestione dell’energia residua, trasporto e stoccaggio corretti.

Separazione meccanica: smontaggio o triturazione controllata per separare le parti “facili” (rame, alluminio, acciaio) e preparare le frazioni che contengono i materiali da recuperare.

Recupero dei materiali: processi industriali che separano e recuperano le materie prime, che poi rientrano nella catena produttiva.

Il punto chiave è questo: il riciclo non è una frase, è una filiera. E se un anello è debole (logistica, sicurezza, impianti, controlli), il “95%” resta uno slogan.

Perché questa storia interessa anche chi oggi guida a benzina o diesel

Perché molti dubbi sull’auto elettrica — durata, valore, rivendibilità, costi futuri — ruotano attorno alla batteria. E l’Europa sta andando dritta verso un modello in cui la batteria non è più un mistero: etichetta, QR, passaporto digitale.

Se questa parte funziona, l’elettrico diventa più attraente non solo per autonomia o colonnine, ma per una cosa ancora più importante: fiducia. E senza fiducia, nessuna tecnologia — per quanto buona — diventa davvero di massa.

Direttore editoriale

Pierluigi Di Rosa

Direttore Responsabile

Elisa Petrillo

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Registrazione Tribunale di Catania n. 18/2010 – PIVA 05704050870 - ROC 180/2021 Edito da: Sudpress S.r.l. zona industriale, c.da Giancata s.n. – 95121 Catania

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