
L’AI conquista i giovani italiani: la usano oltre otto su dieci, tra lavoro, svago e salute.
Tra i 18 e i 24 anni l’Intelligenza artificiale è già una presenza quotidiana: la utilizza l’83,4% dei giovani e quasi uno su due lo fa abitualmente.
Non soltanto per cercare informazioni o generare contenuti. L’AI entra nello studio e nel lavoro, accompagna il tempo libero e viene interrogata anche su salute, problemi personali e bisogni di sostegno psicologico.
È tra i giovani che il rapporto tra italiani e Intelligenza artificiale appare dunque più avanzato, trasversale e meno occasionale.
È uno dei dati più significativi del Rapporto Italia 2026 di Eurispes.
La fotografia è quella di un Paese diviso sia dal digital divide che per generazioni.
Manca inoltre un uso uniforme della tecnologia.
Se il 51,8% degli italiani dichiara di utilizzare l’AI, soltanto il 14,4% lo fa abitualmente e il 37,4% in maniera saltuaria.
Tra i 18 e i 24 anni, invece, la percentuale di chi la usa sale all’83,4%: il 44,2% ne fa un uso abituale e il 39,2% almeno qualche volta. C'è comunque una fetta di giovani che non la usa per nulla: 16,6%.
In generale l’AI viene accolta più facilmente quando aiuta a cercare, scrivere, tradurre o calcolare. Diventa molto più controversa quando entra in ambiti nei quali una decisione può incidere direttamente sulla vita delle persone.
Dai banchi di scuola al tempo libero
Nella fascia 18-24 anni l'intelligenza artificiale la si usa un po' per tutto. Molto per lavorare o studiare l’81,5%.A
Anche lo svago rappresenta una componente importante considerando che viene utilizzata nel 75,5% dei casi. Anche la fascia 25-34enni ne fa largo uso: il 71,9% per lavoro o studio e il 65% per svago.
L'Ai è poi molto utilizzata per ottenere informazioni: nella fascia 18-24 anni la percentuale arriva all’85,4%, il valore più alto rilevato dall’indagine, seguito dall’82% dei 34-44enni.
Si tratta di informazioni di ogni tipo.
Sempre nella fascia dei neo maggiorenni e fino ai 24 anni chiedono informazioni mediche e per autodiagnosi (il 53%), per consigli personali (43%) o anche per cercare sfogo e conforto psicologico (33,8%).
Il resto del Paese è più prudente
Il quadro cambia quando si allarga lo sguardo all’intera popolazione.
L’AI è ormai conosciuta e utilizzata, ma non è ancora entrata stabilmente nelle abitudini degli italiani. Eurispes descrive infatti una situazione nella quale convivono familiarità e distanza, sperimentazione e resistenza, apertura e cautela.
Rimane soprattutto uno strumento per risolvere esigenze concrete quindi il suo uso dipende anche dalla posizione lavorativa.
Se studenti e persone che entrano nel mercato del lavoro hanno più familiarità, all'esatto opposto si piazzano pensionati, casalinghi e cassaintegrati.
La richiesta di informazioni pratiche è infatti l’utilizzo più diffuso, indicato dall’81,3% di chi usa l’AI.
Seguono il lavoro o lo studio, al 60,5%, e lo svago o gioco, al 54%. Le applicazioni sanitarie raggiungono il 41,2%, mentre il 27,5% ricorre all’AI per affrontare problemi personali o supportare decisioni. Il 21,8% la utilizza invece per sostegno emotivo o psicologico.
Scrivere, tradurre, calcolare: l’AI resta soprattutto uno strumento
Anche le attività svolte confermano un utilizzo ancora prevalentemente operativo. La creazione di testi è al primo posto (70%), seguita dalle traduzioni (63,8%) e dalle attività di calcolo e stima (57,9%). Al 50,9% c'è poi la produzione di contenuti multimediali, come immagini, video, voce e musica.
L'intelligenza artificiale si usa invece molto meno per attività strutturate di apprendimento o di lavoro come l’apprendimento linguistico attraverso tutor virtuali (25,9%). Solo il 17,9% dichiara di usarla per svolgere la maggior parte del proprio lavoro.
Utile sì, ma da regolamentare
Questi dati dimostrano come manchi ancora un rapporto di fiducia o meglio che la situazione cambia molto a seconda del suo utilizzo.
Gli italiani riconoscono all’AI una forte utilità (62,7%) ma al contempo ne ritengono necessaria una regolamentazione. Se il 51,1% degli italiani pensa che semplificherà la vita, per il 41,1% ci pentiremo della sua creazione e per il 39,6% ci ruberà il lavoro.
Tra i 25-34enni e i 35-44enni prevale invece nettamente l’aspettativa di un impatto rilevante, rispettivamente con il 53,4% e il 53,3%.
La fiducia si ferma davanti alle decisioni che contano
È soprattutto quando l’AI passa dal supporto alla decisione che la fiducia degli italiani si riduce. La generazione di testi è l’unico ambito nel quale prevale una valutazione positiva: il 54% dichiara fiducia nei sistemi di AI.
Nel credito e negli investimenti, invece, la fiducia scende al 34,1%, mentre il 65,9% esprime un giudizio negativo.
Ancora più netto il dato sulle diagnosi mediche: solo il 28,9% si fida, contro il 71,1% di valutazioni negative. Il punto più basso è la selezione del personale, dove la fiducia si ferma al 22,7% e la sfiducia arriva al 77,3%.










