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Sicilia, l’acqua c’è ma il sistema la perde: la Corte dei conti smonta vent’anni di alibi

25-07-2026 06:00

Pierluigi Di Rosa

Sostenibilità Mobilità del Futuro, Flusso,

Sicilia, l’acqua c’è ma il sistema la perde: la Corte dei conti smonta vent’anni di alibi

Invasi incompiuti, reti colabrodo e cantieri al palo: fondi enormi non diventano opere, mentre Palazzo d’Orléans replica senza documentarlo.

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Invasi incompiuti, reti colabrodo e cantieri al palo: fondi enormi non diventano opere, mentre Palazzo d’Orléans replica senza documentarlo.

 

Il passaggio più devastante del referto non è racchiuso in una singola cifra, ma nel giudizio complessivo pronunciato dalla Corte dei conti sulla gestione siciliana.

La ricorrente emergenza idrica non sarebbe provocata soltanto dalla riduzione delle precipitazioni e dai cambiamenti climatici.

 

Sarebbe soprattutto il risultato di carenze amministrative, gestionali e infrastrutturali accumulate per oltre vent’anni.

Non lo sostiene un partito di opposizione.

Non lo scrive qualche giornale accusato di essere pregiudizialmente ostile al governo.

Lo afferma la magistratura contabile al termine di una lunga attività istruttoria, fondata su atti amministrativi, banche dati pubbliche e interlocuzioni con le istituzioni competenti.

Ed è una denuncia istituzionale di eccezionale gravità.

 

La Corte dei conti: in Sicilia l’acqua basterebbe, è la gestione che non funziona

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Il fabbisogno idrico annuale della Sicilia, secondo il Piano di tutela delle acque richiamato nel referto, è stimato in circa 1,16 miliardi di metri cubi.

Una quantità sostanzialmente coerente con la capacità complessiva degli invasi regionali.

Questo non significa che l’acqua sia sempre disponibile nello stesso luogo e nello stesso momento.

Significa però che la crisi non può essere attribuita esclusivamente alla siccità, utilizzata per anni come una sorta di alibi meteorologico buono per giustificare qualsiasi fallimento.

Secondo la Corte dei conti, l’irregolarità delle piogge avrebbe dovuto spingere la Regione Siciliana a rafforzare tempestivamente i sistemi di raccolta, conservazione e distribuzione.

È accaduto l’esatto contrario.

Il sistema è rimasto fragile proprio nei settori decisivi per affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici.

Le reti di distribuzione perdono oltre il 50 per cento dell’acqua immessa.

Una parte significativa dei 45 invasi regionali funziona con limitazioni dovute a mancati collaudi, insufficiente manutenzione, verifiche sismiche incomplete e problemi di sicurezza.

L’accumulo di sedimenti, aggravato dalla carenza degli interventi di sfangamento, ha ridotto la capacità utile degli invasi e compromesso opere di presa e scarichi di fondo.

Le dighe di Blufi e Pietrarossa, considerate strategiche da oltre vent’anni, risultano ancora incompiute.

Nel frattempo, il comparto agricolo assorbe circa il 65 per cento del fabbisogno idrico regionale, subendo direttamente le conseguenze di una macchina amministrativa incapace di garantire una programmazione stabile.

 

Una governance affollata, frammentata e incapace di decidere

La magistratura contabile individua tra le cause principali della crisi anche l’assetto della governance.

Nel settore operano l’Autorità di Bacino, diversi dipartimenti regionali, i Consorzi di Bonifica, le Assemblee territoriali idriche, Siciliacque e numerosi gestori pubblici e privati.

Una moltitudine di soggetti che non ha prodotto maggiore efficienza.

Ha generato sovrapposizioni di competenze, frammentazione amministrativa e insufficiente coordinamento.

Gli Ambiti territoriali ottimali continuano inoltre a coincidere con i confini provinciali e non con quelli dei bacini idrografici.

È la fotografia di un sistema costruito intorno agli apparati anziché alle caratteristiche del territorio e alla reale distribuzione della risorsa.

Il risultato è che la Sicilia, già collocata dagli indicatori BES al penultimo posto tra le regioni italiane per livello complessivo di benessere, continua a trasformare un bene essenziale in un’emergenza permanente.

 

Dissesto idrogeologico, centinaia di interventi e territori ancora esposti

Il quadro non migliora passando dalla gestione idrica al dissesto idrogeologico.

Su 391 Comuni siciliani considerati, il 50,9 per cento risulta esposto contemporaneamente al rischio idraulico e a quello da frana.

Un ulteriore 42,5 per cento è interessato esclusivamente dal rischio da frana.

Nella banca dati ReNDiS risultano censiti per la Sicilia 1.531 interventi o lotti, corrispondenti al 5,41 per cento del numero nazionale dei progetti ma a circa il 9,46 per cento dei finanziamenti complessivi.

Il peso finanziario è particolarmente rilevante per gli interventi costieri, contro le frane e per quelli classificati come misti.

Non si può quindi sostenere che siano mancati del tutto i finanziamenti.

È mancata, secondo la Corte dei conti, la capacità di trasformare con sufficiente rapidità quelle risorse in opere concluse e pienamente funzionanti.

 

La cifra che inchioda la Regione: un solo intervento concluso su 104

La parte più imbarazzante riguarda i 104 interventi finanziati nel 2024 con risorse regionali e registrati nel perimetro analizzato dalla magistratura contabile.

Alla data della rilevazione risultavano:

  • un solo intervento concluso;
  • 12 interventi in esecuzione;
  • 32 ancora in fase di progettazione;
  • 59 da avviare o privi di informazioni sullo stato di attuazione.

L’unica opera indicata come conclusa riguarda il completamento del consolidamento e della sistemazione idraulica della strada di collegamento tra le frazioni Grotte e Calcare e la strada statale Messina-Catania.

È evidente che un’opera pubblica non si realizza in poche settimane.

Ma la contestazione della Corte dei conti non nasce dall’osservazione isolata di una singola annualità.

L’istruttoria ha preso in esame la gestione delle risorse idriche regionali dal 2000 al 2024 e ha constatato che molte delle criticità denunciate oltre vent’anni fa sono ancora irrisolte.

Il problema non è quindi che un cantiere richieda tempo.

Il problema è che, in Sicilia, il tempo sembra non bastare mai.

 

I fondi ci sono, ma la spesa e i cantieri non tengono il passo

Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha censito nell’Isola 116 interventi programmati per oltre 800 milioni di euro, destinati alla manutenzione delle dighe, al recupero della capacità degli invasi, all’adeguamento sismico e alla sicurezza delle opere.

Il PNRR ha previsto circa 239,6 milioni di euro per le infrastrutture idriche primarie e altri 115,3 milioni per la riduzione delle perdite e la digitalizzazione delle reti.

Si aggiungono le risorse del Fondo per lo sviluppo e la coesione, del Programma di sviluppo rurale, del Piano Traverse e del programma PON Infrastrutture e Reti – React EU.

Questi importi appartengono a strumenti diversi e non possono essere sommati automaticamente, perché alcuni interventi potrebbero sovrapporsi.

Dimostrano però che il problema siciliano non è riconducibile soltanto all’assenza di finanziamenti.

Sui 45 progetti PNRR esaminati dalla Corte dei conti, il costo complessivo raggiunge 211,568 milioni di euro, mentre i pagamenti si fermano a 97,319 milioni, pari al 46 per cento.

Per i tre interventi siciliani riguardanti le infrastrutture idriche primarie, il costo complessivo è di 110,450 milioni, con pagamenti per circa 40,102 milioni.

Uno dei tre interventi, del valore di 20 milioni, non presentava ancora impegni né pagamenti.

La stessa Corte dei conti inserisce espressamente la Sicilia tra le regioni nelle quali la disponibilità di consistenti risorse non è accompagnata da un corrispondente avanzamento delle opere e da adeguati sistemi di monitoraggio e rendicontazione.

 

Il disastro dei Consorzi di Bonifica e i dubbi sui dissalatori

Un capitolo particolarmente mortificante riguarda i Consorzi di Bonifica siciliani.

Nessuno dei progetti presentati è risultato ammissibile ai finanziamenti previsti dal PNRR.

Non un progetto finanziato male.

Non un’opera rallentata da un ricorso.

Nessun progetto ammesso.

 

È la rappresentazione plastica di quella insufficiente capacità progettuale e organizzativa denunciata dalla magistratura contabile.

La Corte dei conti esprime inoltre perplessità sulla strategia dei dissalatori programmati a Trapani, Gela, Porto Empedocle e nell’area metropolitana di Palermo.

Non viene contestata in assoluto la possibilità di ricorrere alla dissalazione.

Viene segnalata l’assenza di adeguate analisi costi-benefici capaci di dimostrare che questa soluzione sia più conveniente rispetto alla riduzione delle perdite o al recupero della piena capacità degli invasi esistenti.

Prima di produrre nuova acqua a costi elevati, insomma, bisognerebbe almeno evitare di disperdere per strada più della metà di quella già disponibile.

 

La replica della Struttura commissariale: 165 progetti e 40 cantieri

Per dovere di cronaca va riportata la nota diffusa dalla Struttura commissariale per il contrasto del dissesto idrogeologico nella Regione Siciliana.

Secondo la struttura, «il numero dei progetti finanziati nel corso del 2024, attraverso le varie linee di finanziamento, non è di 104 bensì di 165, dei quali 40 in corso di esecuzione».

La nota sostiene inoltre che i tempi di realizzazione delle opere pubbliche dipendono dalla progettazione, dalle gare, dagli eventuali contenziosi, dalle verifiche sugli aggiudicatari, dalle procedure espropriative, dalla stipula dei contratti, dalle varianti e dai collaudi.

Considerazioni astrattamente corrette e note a chiunque abbia una conoscenza anche elementare dei lavori pubblici.

Ma che non smontano il referto.

 

Perché la nota del governo non smentisce la Corte dei conti

La prima differenza riguarda il perimetro dei dati.

La Corte dei conti analizza 104 interventi finanziati con risorse regionali.

La Struttura commissariale parla invece di 165 progetti finanziati “attraverso le varie linee di finanziamento”.

Sono definizioni diverse.

Il secondo insieme potrebbe comprendere interventi sostenuti con fondi nazionali, europei o provenienti da ulteriori programmi.

Affermare che 165 è un numero superiore a 104 non dimostra quindi che il dato della magistratura contabile sia sbagliato.

Potrebbero essere entrambi corretti, perché riferiti a perimetri differenti.

Per trasformare la nota in una vera confutazione sarebbe stato necessario pubblicare l’elenco analitico dei 165 interventi, specificando per ciascuno:

  • il CUP;
  • il titolo dell’opera;
  • la fonte finanziaria;
  • l’importo assegnato;
  • la data del finanziamento;
  • lo stato della progettazione e della gara;
  • l’avanzamento fisico e finanziario;
  • la data prevista per l’ultimazione.

Nulla di tutto questo compare nella precisazione.

Non viene spiegato neppure quanti dei 165 interventi siano stati conclusi, quanti siano ancora in progettazione e quanti non siano stati avviati.

Il riferimento a 40 interventi in esecuzione resta pertanto un dato isolato, privo degli elementi necessari per confrontarlo con quello utilizzato dalla Corte dei conti.

 

Tra un referto istruttorio e una nota stampa, il dato più attendibile è quello della Corte

L’attendibilità non si misura scegliendo il numero più grande o la versione più rassicurante.

La Corte dei conti è un organo costituzionale di controllo e ha prodotto un referto dettagliato, corredato da fonti, tabelle, perimetri finanziari, banche dati e confronti territoriali.

La sua valutazione nasce da un’attività istruttoria sviluppata nell’arco di oltre un anno e dall’esame della gestione regionale nel periodo compreso tra il 2000 e il 2024.

 

La Struttura commissariale, che appartiene al sistema amministrativo sottoposto a verifica, ha risposto con una nota priva dell’elenco dei progetti e senza una riconciliazione analitica tra i propri dati e quelli del referto.

Allo stato degli atti, quindi, il quadro descritto dalla Corte dei conti è certamente quello dotato di maggiore attendibilità, completezza e forza documentale.

E anche qualora i 165 progetti e i 40 cantieri indicati dalla struttura fossero integralmente confermati, resterebbero intatte tutte le altre contestazioni: invasi limitati, dighe incompiute, perdite superiori al 50 per cento, frammentazione della governance, ritardi procedurali, scarsa capacità progettuale e opere finanziate che avanzano troppo lentamente.

 

Alla Sicilia non servono altre rassicurazioni, servono opere concluse

Il governo regionale può contestare i numeri della Corte dei conti.

Deve però farlo con atti, elenchi, cronoprogrammi e dati verificabili, non con una precisazione affidata agli uffici stampa.

I siciliani non bevono comunicati.

Le imprese agricole non irrigano i campi con le dichiarazioni.

Le frane non vengono fermate dalle conferenze stampa.

Dopo oltre vent’anni di criticità conosciute e centinaia di milioni disponibili, il tempo delle spiegazioni procedurali dovrebbe essere finito.

La sola risposta credibile è rendere pubblici tutti gli interventi, consentire il controllo civico sul loro avanzamento e consegnare finalmente le opere.

Fino a quel momento, resta il giudizio severissimo della Corte dei conti: in Sicilia le risorse esistono, ma troppo spesso l’amministrazione non riesce a trasformarle in sicurezza, acqua e diritti.

Direttore editoriale

Pierluigi Di Rosa

Direttore Responsabile

Elisa Petrillo

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