
La Sicilia, ogni tanto, fa una cosa che sorprende tutti: funziona.
Produce, lavora, attira turisti, muove imprese, crea occasioni, si mette in cammino. Nonostante tutto. Nonostante la burocrazia, le strade complicate, i treni che sembrano avere un rapporto personale con il ritardo, gli aeroporti sempre sotto pressione e quella sensazione tutta siciliana per cui ogni passo avanti deve prima superare almeno tre ostacoli.
Eppure l’Isola c’è. Si muove. Cresce. Prova a cambiare passo.
Una Sicilia che lavora, investe e prova a cambiare passo
Negli ultimi tempi la Sicilia ha mostrato una vitalità che merita di essere raccontata senza il solito tono rassegnato. Perché siamo bravissimi, troppo spesso, a descriverci solo come terra di problemi. Ma c’è anche una Sicilia che lavora seriamente, che investe, che apre attività, che esporta, che accoglie, che costruisce, che innova, che cerca di non restare ferma.
Poi, però, arriva l’Etna.
E l’Etna, come sempre, non chiede permesso. Si sveglia, sbuffa, manda cenere in aria e ricorda a tutti che qui anche la natura ha un certo senso della scenografia. Altrove piove, qui cade cenere vulcanica. Altrove c’è nebbia, qui c’è una nube dell’Etna che può bloccare un aeroporto.
Quando Fontanarossa si ferma
Così, mentre la Sicilia prova a correre, Fontanarossa si ferma. I voli vengono cancellati o deviati, i passeggeri restano in attesa, le valigie diventano sedie improvvisate, i telefoni iniziano a squillare e la frase “vediamo quando riparte” diventa improvvisamente il programma della giornata.
Il punto, però, non è prendersela con l’Etna. Sarebbe inutile e anche un po’ ridicolo. L’Etna fa il vulcano, e bisogna riconoscere che lo fa con una certa coerenza.
La cenere dell’Etna non è una sorpresa
Il punto vero è un altro: una regione che vuole crescere non può permettersi di fermarsi ogni volta che arriva un’emergenza prevedibile. Perché la cenere dell’Etna non è una sorpresa assoluta. Fa parte della vita di questa parte della Sicilia. È un rischio conosciuto, ricorrente, quasi familiare. E proprio per questo dovrebbe essere gestito con una visione più ampia.
Quando si ferma l’aeroporto di Catania non si ferma solo il viaggio di chi doveva andare in vacanza. Si ferma un pezzo di economia. Si complicano gli appuntamenti di lavoro, saltano coincidenze, rallentano imprese, professionisti, turisti, studenti, famiglie. Si crea un effetto domino che va ben oltre la pista coperta di cenere.
Il problema non è la nube, ma ciò che non funziona quando arriva
E allora il problema non è la nube. Il problema è tutto quello che dovrebbe funzionare quando la nube arriva. Perché la Sicilia non può continuare a vivere ogni emergenza come se fosse la prima volta.
C’è una contraddizione evidente: da una parte un’Isola che prova a diventare protagonista, dall’altra infrastrutture che spesso sembrano ancora pensate per una Sicilia lenta, periferica, destinata ad arrangiarsi.
Ma la Sicilia non può più permettersi di arrangiarsi.
Potenzialità, infrastrutture e responsabilità
La nube dell’Etna, in fondo, ci consegna una lezione molto semplice: non basta dire che la Sicilia ha potenzialità. Le potenzialità, da sole, non bastano più. Servono infrastrutture, decisioni, responsabilità e una gestione meno emergenziale del futuro.
Perché l’Etna continuerà a fare l’Etna. Su questo possiamo stare tranquilli.
La domanda è se noi continueremo a farci trovare impreparati.
La Sicilia sta dimostrando di saper correre. Ora bisogna evitare che ogni volta qualcuno, o qualcosa, le tiri il freno a mano.
Anche quando quel qualcosa arriva dal vulcano più famoso d’Europa.










