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A Catania l'assemblea delle fondazioni filantropiche Assifero: un sistema che investe 400 milioni

22-06-2026 06:00

Redazione

Sostenibilità Mobilità del Futuro, Flusso,

A Catania l'assemblea delle fondazioni filantropiche Assifero: un sistema che investe 400 milioni

Una strategia comune per passare dall'assistenzialismo alla soluzione

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Fondazioni, università e Terzo settore provano a costruire reti stabili dove per troppo tempo hanno dominato iniziative isolate senza regia.

 

L’assemblea annuale di Assifero si è svolta nei giorni scorsi a Catania, presso l’ateneo catanese, e non è stata una passerella di buoni sentimenti.

O almeno non dovrebbe esserlo.

 

Perché quando si parla di fondazioni, enti filantropici, Terzo Settore, welfare, giovani, diseguaglianze e territori fragili, la retorica è sempre dietro l’angolo.

 

E in Sicilia la retorica, lo sappiamo, ha già fatto abbastanza danni.

Questa volta, però, il punto emerso con forza è un altro.

 

Le fondazioni non possono limitarsi a distribuire risorse come fossero cerotti su ferite aperte.

Devono diventare soggetti strategici, capaci di leggere i territori, coordinare gli interventi, unire competenze e costruire processi di lungo periodo.

Non beneficenza da inaugurazione.

Non marchette sociali con foto, sorrisi e targhetta.

Ma programmazione, alleanze, impatto misurabile.

Ed è proprio su questo terreno che l’intervento della prorettrice vicaria dell’Università di Catania, Lina Scalisi, ha dato il tono più rilevante alla giornata.

 

Cos’è Assifero e perché conta

Assifero è l’Associazione italiana delle fondazioni e degli enti filantropici.

In parole semplici, è il punto di raccordo nazionale di quel mondo che mette a disposizione risorse private, competenze, patrimoni, relazioni e capacità organizzative per finalità di interesse generale.

 

Dentro Assifero convivono fondazioni di famiglia, fondazioni d’impresa, fondazioni di comunità, enti filantropici secolari e altre realtà del sistema filantropico italiano.

Realtà diverse per storia, dimensione e missione, ma accomunate da un obiettivo: lavorare sul bene comune non come gesto occasionale, ma come infrastruttura civile.

Oggi l’associazione conta oltre duecento enti aderenti.

E il dato non è solo numerico.

Secondo le informazioni diffuse in occasione dell’assemblea, la capacità erogativa aggregata stimata del sistema supera i 400 milioni di euro l’anno.

 

Soldi, certo.

Ma ridurre tutto ai soldi sarebbe un errore grave.

Le fondazioni vere portano anche capitale sociale, competenze, metodo, fiducia, relazioni, capacità di sperimentare dove il pubblico spesso arranca e il privato puro non arriva.

 

E qui sta il punto politico, nel senso più nobile del termine.

In territori come la Sicilia, segnati da povertà educativa, spopolamento, marginalità sociali, diseguaglianze e fragilità amministrative, la filantropia può diventare una leva potentissima.

A una condizione.

Che smetta di agire in ordine sparso.

 

Lina Scalisi: la sussidiarietà non come slogan, ma come metodo

L’intervento di Lina Scalisi, Prorettrice dell'Università di Catania che ha ospitato l'evento, ha centrato il nodo.

L’Università di Catania non può essere soltanto luogo di formazione accademica.

Deve essere anche soggetto che apre competenze, ricerca, cultura e responsabilità civile al territorio.

Scalisi ha rivendicato l’attenzione dell’ateneo verso il Terzo Settore, definendola politica nel senso più alto.

Ed è una precisazione importante.

Perché la politica, quando non viene ridotta a traffico di poltrone, è esattamente questo: costruzione di visione collettiva.

La prorettrice ha richiamato il contesto in cui ci muoviamo.

Da un lato la rivoluzione tecnologica, l’intelligenza artificiale, la trasformazione dei saperi e del lavoro.

Dall’altro le fragilità sociali che si allargano, le comunità che si sfilacciano, i giovani che spesso trovano altrove quello che qui non viene organizzato.

Da qui la sua proposta più forte: fare della sussidiarietà un metodo.

Non una parola da convegno.

Non l’ennesimo soprammobile lessicale da piazzare in una brochure istituzionale.

Ma un modo concreto per mettere insieme istituzioni, imprese, università, fondazioni ed enti filantropici dentro una cultura della corresponsabilità sociale.

Scalisi ha indicato una strada precisa.

La Sicilia non deve essere raccontata solo come terra che manca di qualcosa.

Deve essere letta anche come territorio pieno di risorse inaspettate, da non consumare solo sul piano locale, ma da collegare a reti nazionali ed europee.

È qui che l’intervento assume un peso particolare.

Perché ribalta la postura assistenziale.

Non siamo davanti alla Sicilia che tende la mano.

Siamo davanti alla Sicilia che può diventare laboratorio, se finalmente smette di essere governata dalla casualità.

 

Danieli: le fondazioni come catalizzatori del nuovo welfare

Il presidente di Assifero, Antonio Danieli, ha collocato il ragionamento dentro il quadro più ampio dell’economia sociale.

Il riferimento è al Piano nazionale per l’economia sociale, considerato uno snodo decisivo per riconoscere il ruolo della filantropia istituzionale non come appendice decorativa, ma come componente strutturale dello sviluppo del Paese.

Danieli ha insistito su un punto fondamentale.

Le fondazioni e gli enti filantropici non devono essere percepiti soltanto come soggetti che erogano contributi.

Devono agire come catalizzatori, come enzimi di sistemi nuovi di welfare, capaci di mettere in moto energie pubbliche, private e civiche.

La frase chiave è semplice: nessuno ce la fa da solo.

Vale per i Comuni.

Vale per le università.

Vale per il Terzo Settore.

Vale per le imprese.

Vale anche per le fondazioni, quando pensano di poter incidere senza ascoltare il territorio.

Il welfare del futuro non si costruisce con bandi calati dall’alto e progetti fotocopia.

Si costruisce con una regia territoriale, dati, ascolto, valutazione, competenze e continuità.

 

Perdichizzi e Fondazione Marea: la Sicilia come laboratorio, non come periferia

A dare radicamento siciliano al confronto è stato Antonio Perdichizzi, presidente di Fondazione Marea.

La scelta di Catania come sede dell’assemblea nazionale di Assifero non è neutra.

È un segnale.

Perdichizzi ha richiamato le grandi fratture dell’Isola: spopolamento, diseguaglianze, fragilità territoriali.

Ma ha anche indicato la possibilità di fare della Sicilia un luogo di sperimentazione.

Non periferia lamentosa.

Non terra da compatire.

Ma laboratorio mediterraneo in cui provare modelli nuovi di economia sociale, filantropia, comunità e sviluppo.

Fondazione Marea rappresenta in questo senso un caso interessante.

Non solo perché nasce dentro un’idea di radicamento e ritorno.

Ma perché tenta di trasformare diaspora, competenze e partecipazione in energia collettiva.

Piccole donazioni, volontariato, relazioni, capitale umano.

Cioè l’opposto dell’intervento spot.

 

Carazzone: la filantropia non è elemosina, è fiducia organizzata

La segretaria generale di Assifero, Carola Carazzone, ha riportato il discorso alla natura profonda della filantropia.

Non solo denaro.

Non solo contributi.

Non solo sostegno economico.

Ma risorse relazionali, conoscenza, competenze e capitale sociale.

È una differenza enorme.

Perché l’elemosina consola chi la fa e spesso lascia immutato il problema.

La filantropia strategica, invece, prova a cambiare le condizioni che generano il problema.

E qui la Sicilia diventa banco di prova.

Perché il Terzo Settore siciliano è pieno di persone, associazioni, reti civiche e competenze che ogni giorno fanno miracoli con mezzi spesso ridicoli.

Ma gli eroi lasciati soli diventano presto martiri.

Servono strutture.

Servono reti.

Serve continuità.

Serve soprattutto che le fondazioni imparino a parlarsi tra loro, evitando duplicazioni, sovrapposizioni e interventi scollegati.

 

Il problema siciliano: troppe emergenze, poca regia

La Sicilia non ha bisogno dell’ennesimo intervento brillante, isolato e celebrato per due giorni.

Ha bisogno di strategie condivise.

Povertà educativa, dispersione scolastica, disagio giovanile, desertificazione culturale, spopolamento delle aree interne, fragilità sanitarie, esclusione digitale, rigenerazione urbana, violenza di genere, clima, lavoro povero.

Sono temi enormi.

Nessuna fondazione, da sola, può affrontarli seriamente.

Ma tante fondazioni coordinate, insieme a università, imprese, enti pubblici e Terzo Settore, possono cambiare la qualità dell’intervento.

La parola decisiva è coordinamento.

Se ogni soggetto finanzia un pezzetto, senza una visione comune, il risultato è il solito mosaico incompiuto.

Bello da fotografare.

Inutile da abitare.

Se invece le risorse vengono messe in rete, se i progetti vengono pensati su scala territoriale, se gli effetti vengono misurati e se le comunità vengono coinvolte davvero, allora la filantropia smette di essere ornamento.

E diventa politica pubblica sussidiaria.

 

Perché questa assemblea può contare davvero

L’assemblea annuale di Assifero a Catania ha avuto un merito.

Ha costretto a guardare la Sicilia non soltanto come destinataria di aiuti, ma come piattaforma di possibilità.

Questo è il passaggio culturale più importante.

L’Università di Catania, con l’intervento di Lina Scalisi, ha indicato il metodo.

Assifero, con Danieli e Carazzone, ha indicato il ruolo della filantropia organizzata.

Fondazione Marea, con Perdichizzi, ha indicato il radicamento siciliano e mediterraneo.

Ora viene la parte più difficile.

Trasformare le parole in governance.

Tradurre la corresponsabilità in programmi.

Passare dal convegno al cantiere.

 

Perché la Sicilia è stanca di essere il luogo in cui tutti scoprono problemi già noti e poi tornano a casa soddisfatti.

Qui servono fondazioni che non vengano a piantare bandierine.

 

Servono fondazioni che costruiscano alleanze durevoli, accettino la fatica del lungo periodo, ascoltino chi lavora nei quartieri, coinvolgano l’università, pretendano dati, misurino risultati e abbiano il coraggio di cambiare rotta quando un progetto non funziona.

 

La beneficenza episodica serve a tamponare.

La filantropia strategica serve a trasformare.

E la Sicilia, se vuole smettere di essere il catalogo nazionale delle occasioni perdute, deve pretendere esattamente questo.

 

Meno passerelle.

Più regia.

Meno spot.

Più sistema.

Meno carità esibita.

Più giustizia costruita.

Direttore editoriale

Pierluigi Di Rosa

Direttore Responsabile

Elisa Petrillo

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