
Gli interventi si sono succeduti su una provocazione utile: Catania è un nodo del mondo e non lo sa.
Mi siedo, dunque, al tavolo.
Lo faccio dalla parte che, in tutto il dibattito, è rimasta vuota: quella del territorio fisico e del sottosuolo.
Non per pignoleria disciplinare, ma perché senza questa parte, la metafora del nodo resta sospesa nel vuoto. Letteralmente.
Tutti gli interventi hanno discusso di Catania al di sopra del piano di campagna.
Cavi, flussi, dati, governance, PUG.
Temi veri, tutti.
Nessuno è sceso sotto: nel basalto su cui poggiano i palazzi del centro, nelle faglie che attraversano la città, nelle falde della Piana, nei fondali dello Ionio che i cavi devono raggiungere.
La rimozione non è un dettaglio: è il sintomo di una cultura urbana che tratta il territorio come una superficie neutra, come se la sciara su cui Catania sorge fosse una qualunque pianura europea.
Non lo è.
La specificità geologica di questa città è la variabile prima: quella che decide se un cavo regge al largo, se un data center trova l’acqua per raffreddarsi, se un quartiere sta in piedi dopo la prossima scossa, se la falda non si salinizza sotto la Piana.
Catania è un nodo prima geologico
Riformulo la tesi di Bisignani in modo che un geologo possa sottoscriverla senza riserve.
Catania è un nodo perché si trova all’incrocio di tre grandi sistemi naturali, che precedono di milioni di anni qualunque infrastruttura digitale e ne regolano la vita ogni giorno.
A nord la sovrasta l’Etna, il più grande vulcano attivo d’Europa, che ha costruito colata dopo colata il terreno su cui la città si è distesa.
A est, davanti al suo mare, corre la Scarpata Ibleo-Maltese, una delle più importanti strutture sismogenetiche del Mediterraneo, indicata dagli studi più recenti come la sorgente più probabile dei terremoti distruttivi del 1169 e del 1693.
A sud si stende la Piana, con le sue falde alimentate dalle acque etnee e iblee, oggi sotto pressione per sovrasfruttamento e rischio di ingressione marina.
Ogni nodo di cui parla il dibattito (aeroporto, porto, ferrovia, cavi, futuri data center) poggia su questa geografia.
E ogni nodo, prima di essere occasione di sviluppo, è una scommessa sulla compatibilità con essa.
I cavi non arrivano nel vuoto
Bisignani ricorda, giustamente, che una quota molto significativa del traffico dati mondiale attraversa il Mediterraneo, con il nodo fisico concentrato fra Sicilia e Calabria. Vero.
Ma quel fascio di fibra, prima di toccare terra dalle nostre parti, attraversa fondali tutt’altro che tranquilli: lo Ionio davanti a Catania è dominato dalla Scarpata Ibleo-Maltese, instabile e franosa.
La rete sottomarina globale subisce, secondo l’International Cable Protection Committee, fra i 150 e i 200 guasti l’anno: per lo più da ancore e pesca a strascico, ma una quota è di origine naturale. I cavi al largo di Taiwan, tranciati nel 2006 dalle frane sottomarine innescate dal terremoto di Pingtung, isolarono porzioni dell’Asia per giorni: il caso di manuale di come un evento geologico possa spezzare l’ossatura digitale di un’intera regione.
La domanda che il dibattito non si è ancora posto è semplice: se Catania vuole essere un nodo, conosciamo lo stato dei fondali nei tratti di approdo?
Disponiamo di cartografie geofisiche aggiornate, custodite da un soggetto pubblico e accessibili a chi pianifica? Per cognizione professionale, il quadro è frammentario e quasi mai condiviso con le istituzioni della città.
Il vero consumo di risorse: l’acqua che Catania non ha
Bisignani ha avuto la lucidità di riformulare il consumo di suolo come consumo di risorse. Ha ragione, e porto il discorso sui conti che riguardano Catania.
Un data center di media taglia consuma milioni di litri d’acqua l’anno per il raffreddamento; un edificio iperscalare può richiedere portate da piccolo comune.
La Sicilia ha attraversato nel 2024 una crisi idrica che ha portato il governo nazionale a dichiarare lo stato di emergenza, con gli invasi al minimo dal 2010.
La Sicilia orientale ha sofferto meno di altre province quell’estate, ma le falde della Piana di Catania sono già oggi sovrasfruttate e minacciate dal cuneo salino: il margine è sottile.
A quale acqua attingerebbe, allora, una landing station con annesso polo di calcolo, dove la risorsa è già contesa fra usi civili e agricoli?
O si importa, o si dissala, o si sottrae acqua a un altro uso: nessuna opzione è gratuita, e andare oltre lo slogan dell’Etna Valley 2.0 significa partire da questo conto, non chiuderlo in calce.
C’è poi l’energia, e qui la stessa montagna che ci espone al rischio offre una risorsa documentata e inespressa: il calore geotermico dell’apparato etneo, che paesi come Islanda e Kenya già usano per alimentare e raffreddare i poli di calcolo.
È un tema che, se Catania volesse davvero diventare nodo, dovrebbe sedere al prossimo PUG come questione strutturale. Non l’ho letto comparire in nessuno degli interventi.
L’orto di via Susana non è una ferita: è ciò che resta
Un’osservazione diretta a Bisignani, in spirito di partecipazione.
Tra le “ferite evidenti” della città elenca, accanto a rifiuti e abusivismo, gli orti di via Susana.
Da geologo li leggo in modo diverso: sono ciò che sopravvive di uno dei suoli più fertili del Mediterraneo, andosuoli sviluppati sulle ceneri e sulle colate antiche dell’Etna, capaci di trattenere acqua e nutrienti con una produttività che pochi suoli europei eguagliano.
La cintura ortiva e agrumicola storica di Catania non è nata per caso: ha trovato qui un substrato unico, irriproducibile altrove.
Il vero scempio non è l’orto, è la cementificazione che lo ha accerchiato impedendogli di funzionare.
Un PUG che vuole leggere le “energie” del territorio deve cominciare riconoscendo che le superfici a suolo vulcanico fertile rimaste dentro e attorno alla città sono capitale naturale critico, non vuoti in attesa di destinazione.
La sciara, quando è giovane, è ancora pietra; quando è vecchia, è giardino. Confondere le due cose è la madre di molte cattive scelte urbanistiche degli ultimi cinquant’anni catanesi.
Un piano che parte dalla roccia
La crisi dell’urbanistica regolatoria che Scannella descrive con precisione è reale, e non si supera tornando a un funzionalismo travestito da rete: si supera partendo dalla base fisica del territorio.
Un PUG di Catania degno del proprio suolo deve poggiare su tre carte prima ancora che sul disegno urbano.
Quella della microzonazione sismica, che dice isolato per isolato come risponderebbe il terreno alla prossima scossa forte, e che per Catania è ancora incompleta su porzioni significative del tessuto urbano.
Quella della Condizione Limite per l’Emergenza, che individua le funzioni vitali, i collegamenti e gli spazi da garantire dopo il sisma.
E quella del rischio idraulico, che a Catania torna a presentare il conto ogni autunno, prodotto dalla combinazione di alvei tombati, suoli vulcanici impermeabilizzati e piogge mediterranee sempre più violente.
Sono i tre strati che trasformano un disegno in un piano. Senza, qualunque visione resta un disegnino, per usare l’espressione di Caserta e Caruso.
Il vantaggio di Catania non sono i cavi
L’osservazione su Marsiglia è acuminata e va presa sul serio: è il principale punto di approdo europeo da decenni, e capitalizza i flussi che la attraversano.
Ma il cavo non è una rendita, è una commodity, e chi arriva tardi parte svantaggiato: cavi ne hanno Marsiglia, Genova, Barcellona.
Il vantaggio comparato di Catania è un altro, incollato al suo territorio: un vulcano attivo monitorato in tempo reale, fra i meglio strumentati del pianeta, proprio sopra la città; una concentrazione rara di competenze sui rischi naturali raccolta in pochi chilometri.
Il mestiere dei prossimi vent’anni è qui: Catania centro di osservazione e calcolo per il monitoraggio dei rischi naturali, per la transizione geotermica, per i servizi di osservazione della Terra sul Mediterraneo.
Marsiglia non ha un Etna in cortile. Catania sì, e finora lo ha vissuto solo come minaccia.
Il nodo di Catania è anche un nodo geologico
Questa città non ha mai potuto ignorare la sua geologia, anche quando ci ha provato. Il 1669 ha portato la colata fin dentro la città e in mare.
Il 1693 ha sepolto la Catania vecchia e ha imposto la trama del cardo e del decumano di cui parla Bisignani: non una scelta urbanistica autonoma del Duca di Camastra, ma la risposta tecnica a un terremoto che uccise quasi due terzi della popolazione cittadina.
Le sciare del centro storico, gli sciami della Pernicana, le alluvioni ricorrenti sono memoria viva che la pianificazione tende a registrare come incidenti.
Eppure, mentre cercavamo la metafora del nodo, Catania lo è già diventata nei fatti: è un nodo di cantieri, e in senso letterale, perché la riorganizzazione ferroviaria del capoluogo porta negli atti il nome esatto di «Nodo Catania».
Ma un cantiere, da solo, è una buca: diventa nodo solo dentro un disegno.
E quel disegno, per Catania, non può limitarsi a ordinare il suolo.
Deve leggere la roccia che c’è sotto.
Il dibattito di queste settimane ha avuto il merito reale di riaprire la conversazione e di trovare l’agorà, come scrive Bisignani.
Mi sono aggiunto da una porta che gli altri non avevano ancora aperto.
Il nodo di cui parliamo non è solo digitale: è vulcanico, sismico, idrogeologico, agro-pedologico.
I cavi, rispetto a tutto questo, sono soltanto l’ultimo strato, e probabilmente nemmeno il più strategico nel medio periodo.
Il vuoto su cui Bisignani chiude non è solo assenza di governance: è anche il vuoto di un sapere territoriale che a Catania non viene chiamato.
Riempirlo significa far entrare nella stanza chi quella roccia, sotto i nostri piedi, sa leggerla.
Sarà un tavolo affollato. E sarà un buon segno.
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