
Forse le grandi organizzazioni datoriali stanno provando a riprendersi il ruolo che spetta loro.
Adesso il forte richiamo di Maria Cristina Busi Ferruzzi riporta al centro il nodo decisivo: trasformare risorse ferme in investimenti, lavoro e crescita reale.
La Sicilia ha infatti davanti una possibilità enorme.
Ma per coglierla deve smettere di perdere tempo.
È questo il senso dell’intervento di Confindustria Catania, che con la presidente Maria Cristina Busi Ferruzzi, affiancata dal board con il suo Vicario Franz Di Bella, i Vice Presidenti Marco Causarano, Arturo Lentini, Mario Indovina, il predidente dei giovani Fabrizio Fronterrè ed il Past President Antonello Biriaco, ha lanciato un appello netto alle istituzioni regionali sul tema dei fondi europei, degli incentivi alle imprese e delle risorse per la coesione.
Il tono è deciso, perché i numeri lo impongono.
Ma il messaggio è costruttivo: semplificare, accelerare, rendere accessibili gli strumenti disponibili.
Perché il problema non è la mancanza di risorse.
Il problema è riuscire a spenderle bene, in tempo e con procedure compatibili con la vita reale delle aziende.
I fondi ci sono, ma la Sicilia resta indietro
La denuncia parte da un dato pesante.
La Sicilia è ultima in Italia per spesa certificata dei fondi Fesr, ferma al 6,57%.
Non va meglio sul fronte dei Fondi di Sviluppo e Coesione, dove l’Isola si colloca al 19° posto su 21, con appena il 5,06% delle risorse utilizzate.
Tradotto: davanti a una dotazione che supera i dieci miliardi di euro, soltanto una parte minima è stata realmente impiegata.
E quando le risorse restano ferme, non restano fermi solo i capitoli di bilancio.
Restano fermi investimenti, cantieri, innovazione, assunzioni, processi produttivi, capacità competitiva.
Restano fermi, in sostanza, pezzi importanti di futuro.
La voce delle imprese: non assistenza, ma condizioni vere per competere
La presidente di Confindustria Catania mette subito il tema nella sua corretta dimensione.
Non si tratta di chiedere favori.
Non si tratta di inseguire sussidi.
Si tratta di creare condizioni serie perché le imprese possano fare il proprio mestiere: investire, produrre, assumere, competere.
«Le imprese siciliane non chiedono assistenza: chiedono condizioni reali per investire e competere. Ma l’accesso agli incentivi europei è ancora troppo complesso e lento. Alla burocrazia si aggiunge una difficoltà culturale che genera diffidenza e allontana molte aziende da strumenti che dovrebbero favorirne la crescita».
È un passaggio centrale.
Busi individua due ostacoli.
Il primo è amministrativo: procedure troppo complesse e tempi troppo lunghi.
Il secondo è culturale: molte imprese guardano agli incentivi con diffidenza, perché spesso li percepiscono come strumenti difficili da comprendere, incerti da ottenere e faticosi da gestire.
Questo significa che anche quando le misure esistono, una parte del sistema produttivo resta fuori.
Non per mancanza di idee.
Non per mancanza di capacità.
Ma perché il percorso appare troppo opaco, troppo incerto, troppo lontano dal ritmo concreto del mercato.
Quei numeri non sono burocrazia: sono sviluppo mancato
La presidente di Confindustria Catania insiste sul punto più importante: i dati sulla spesa non sono una questione tecnica riservata agli addetti ai lavori.
Sono la misura di una distanza tra risorse disponibili e risultati prodotti.
«Questi numeri - sottolinea Busi - non rappresentano solo un ritardo amministrativo: sono un’occasione mancata. Le imprese devono programmare investimenti, innovare, assumere. Ma non possono farlo se si confrontano con bandi complessi e tempi incerti, che non garantiscono la rapidità necessaria al mercato».
Il ragionamento è semplice.
Un’impresa non decide un investimento industriale sulla base di un annuncio generico.
Ha bisogno di sapere quando uscirà una misura, quali saranno i criteri, quali i tempi di valutazione, quali le probabilità reali di accesso, quali gli obblighi successivi.
Senza queste certezze, l’incentivo non accompagna lo sviluppo.
Lo rallenta.
O peggio, lo scoraggia.
Il 60% delle aziende non usa incentivi pubblici: il segnale da non ignorare
A rendere ancora più chiaro il quadro c’è un dato interno rilevato da Confindustria Catania.
Secondo un’indagine dell’associazione, il 60% delle aziende del campione non utilizza gli incentivi pubblici.
È un dato che racconta molto più di una semplice mancata partecipazione ai bandi.
Racconta un rapporto ancora fragile tra imprese e Pubblica Amministrazione.
Racconta la difficoltà di trasformare le politiche di sviluppo in strumenti davvero utilizzabili.
Racconta la necessità di accompagnare le imprese, soprattutto quelle meno strutturate, dentro un sistema che spesso appare scritto più per gli uffici che per chi produce.
«Non basta annunciare le misure, - aggiunge - serve un percorso trasparente e stabile. Le imprese non possono rincorrere bandi con scadenze troppo brevi o tempi incompatibili con le esigenze del mercato. Un investimento industriale richiede pianificazione, certezza, rapidità. Quando questi elementi mancano, l’incentivo perde efficacia».
Qui il messaggio diventa ancora più operativo.
Non basta pubblicare un bando.
Non basta dire che ci sono fondi.
Non basta comunicare una misura quando ormai le imprese hanno pochi giorni per attrezzarsi.
La programmazione deve essere leggibile.
Le scadenze devono essere sostenibili.
Le regole devono essere chiare.
I tempi devono essere compatibili con la velocità dell’economia reale.
La proposta: sportello unico, tempi certi e monitoraggio pubblico
Confindustria Catania non si limita alla denuncia.
Indica una strada precisa.
La priorità, secondo Busi, è duplice: semplificare i meccanismi amministrativi e rafforzare la consapevolezza delle imprese nell’utilizzo delle risorse disponibili.
Da qui l’appello diretto alle istituzioni regionali.
«Servono procedure chiare, tempi certi, comunicazione efficace e un monitoraggio pubblico della spesa. Occorre uno sportello unico realmente operativo, in grado di seguire le aziende dall’informazione alla gestione delle domande. E serve una programmazione trasparente, che consenta alle imprese di sapere in anticipo quali misure saranno attivate e con quali criteri».
Sono quattro punti concreti.
Procedure chiare, per evitare interpretazioni confuse e carichi amministrativi inutili.
Tempi certi, perché il mercato non aspetta i rallentamenti della macchina pubblica.
Comunicazione efficace, perché le misure devono arrivare alle imprese in modo comprensibile e tempestivo.
Monitoraggio pubblico della spesa, perché i cittadini e il sistema produttivo devono poter verificare dove vanno le risorse, quanto si spende e con quali risultati.
L’idea dello sportello unico realmente operativo è particolarmente rilevante.
Non un ufficio simbolico.
Non un’altra etichetta.
Ma un punto di riferimento capace di accompagnare le aziende dall’informazione iniziale alla presentazione e gestione delle domande.
Il ruolo di Confindustria: spiegare, accompagnare, costruire fiducia
Nella parte conclusiva, la presidente Busi assegna a Confindustria Catania anche una funzione di responsabilità diretta.
Non basta chiedere alle istituzioni di fare meglio.
Anche le organizzazioni di rappresentanza devono aiutare le imprese a comprendere e utilizzare gli strumenti disponibili.
«Il nostro compito è anche culturale: ridurre la distanza tra imprese e strumenti di finanziamento, spiegare le opportunità e costruire fiducia».
È una conclusione importante.
Perché il tema dei fondi europei non può essere ridotto alla contabilità della spesa.
È anche una questione di fiducia.
Fiducia nelle istituzioni.
Fiducia nelle procedure.
Fiducia nella possibilità che le risorse pubbliche diventino davvero sviluppo privato, occupazione, innovazione, competitività.
La sfida: non perdere altro tempo
La denuncia di Confindustria Catania arriva in un momento decisivo.
La Sicilia dispone di risorse ingenti.
Ma i dati sulla spesa certificata e sull’utilizzo dei fondi dicono che il sistema continua a muoversi troppo lentamente.
La presidente Maria Cristina Busi Ferruzzi pone una questione che riguarda tutta l’economia regionale: senza una svolta nelle procedure, la distanza tra fondi disponibili e fondi utilizzati rischia di diventare una delle grandi occasioni perdute dell’Isola.
Eppure la prospettiva resta positiva.
Perché le risorse ci sono.
Le imprese ci sono.
Le competenze ci sono.
Adesso serve una Pubblica Amministrazione capace di correre alla stessa velocità di chi investe, produce e crea lavoro.
La Sicilia non ha bisogno di altri annunci.
Ha bisogno di trasformare i fondi europei in crescita reale.
E per farlo, come chiede Confindustria Catania, bisogna semplificare subito e accelerare le procedure.










