
CNA Catania denuncia l’assenza di un metodo stabile nel confronto con Palazzo degli Elefanti e rivendica il ruolo di oltre 4.300 imprese.
C’è un problema politico che il Comune di Catania non può più liquidare con la solita arte cittadina del “faremo sapere”.
E il problema, questa volta, lo mette nero su bianco CNA Catania, una delle principali organizzazioni di rappresentanza delle micro e piccole imprese del territorio.
Il punto è semplice.
Talmente semplice da diventare imbarazzante.
Il sindaco Enrico Trantino e Palazzo degli Elefanti organizzano tavoli, incontri, momenti di confronto e iniziative sui temi che riguardano direttamente il tessuto produttivo cittadino, sui cui risultati poi ci sarebbe tanto da dire: vedi Zona Industriale...
Ma ora CNA Catania denuncia con forza di non capire più con quale criterio vengano scelti gli interlocutori.
E soprattutto perché una realtà che rappresenta oltre 4.300 imprese e circa 15.000 addetti venga lasciata fuori da processi di confronto che, almeno sulla carta, dovrebbero riguardare proprio chi lavora, produce, assume, paga tasse e tenta di sopravvivere dentro una città complicata.
La domanda è pesante: con chi si confronta davvero il sindaco Trantino quando parla di imprese?
E soprattutto: chi decide chi entra nella stanza e chi resta fuori?
Il comunicato di CNA Catania: la denuncia sul metodo di Palazzo degli Elefanti
Scrive CNA Catania:
«CNA Catania fatica ormai a comprendere quale sia il criterio con cui Palazzo degli Elefanti individua i soggetti da coinvolgere sui temi che riguardano direttamente il sistema delle micro e piccole imprese cittadine.»
È l’attacco frontale.
Non una lamentela di cortesia.
Non il solito comunicato diplomatico scritto per non disturbare nessuno.
CNA mette in discussione il metodo istituzionale dell’amministrazione comunale.
E quando un’organizzazione di rappresentanza arriva a dire che non comprende più il criterio con cui il Comune sceglie gli interlocutori, significa che il rapporto non è semplicemente freddo.
È diventato opaco.
Il comunicato prosegue:
«Da mesi, infatti, si susseguono iniziative e momenti di confronto su temi strategici rispetto ai quali una delle principali organizzazioni di rappresentanza del territorio viene esclusa, pur essendo stata in più occasioni formalmente audita dagli organismi consiliari competenti e pur rappresentando oltre 4.300 imprese e circa 15.000 addetti.»
Qui il nodo diventa ancora più serio.
Perché CNA non dice soltanto: “non ci avete invitati”.
Dice qualcosa di più grave.
Dice: siamo stati ascoltati dagli organismi consiliari competenti, siamo rappresentativi, siamo dentro i problemi reali della città, eppure veniamo esclusi dai luoghi dove si decide o si discute.
E allora la questione non è protocollare.
È sostanziale.
Perché in una città dove il commercio soffre, l’artigianato arranca, le botteghe chiudono, il traffico strangola, i cantieri complicano la vita quotidiana e la burocrazia spesso sembra un reparto punitivo, il confronto con chi rappresenta migliaia di imprese non dovrebbe essere un favore.
Dovrebbe essere il minimo sindacale della buona amministrazione.
Non chiedono passerelle: chiedono rappresentanza
CNA chiarisce un punto importante.
E lo fa per evitare che qualcuno, magari nei corridoi di Palazzo degli Elefanti, provi a ridurre tutto alla storiella dell’invito mancato.
Scrive ancora l’associazione:
«Non rivendichiamo “inviti”, sia chiaro, ma rispetto del principio di rappresentanza e un metodo di confronto coerente, stabile e realmente inclusivo.»
Tradotto dal burocratese al catanese corrente: non vogliono il posto in prima fila alla cerimonia.
Vogliono sapere se questa amministrazione considera davvero le imprese un interlocutore strutturale o soltanto un elemento decorativo da convocare quando serve fare una fotografia.
La differenza è enorme.
Un conto è invitare qualcuno a un evento.
Altro conto è costruire un metodo di confronto permanente, serio, misurabile, trasparente.
Il comunicato insiste:
«Perché, se le principali organizzazioni che rappresentano le imprese della città non vengono considerate interlocutrici naturali del confronto istituzionale, è inevitabile che qualcuno inizi a interrogarsi se vi sia un problema di metodo o semplicemente di volontà.»
Eccola, la frase politicamente più tagliente.
Problema di metodo o problema di volontà?
La domanda è velenosa perché costringe Palazzo degli Elefanti a uscire dall’ambiguità.
O il Comune non ha un metodo.
E sarebbe grave.
Oppure il metodo ce l’ha, ma sceglie deliberatamente chi ascoltare e chi no.
E sarebbe persino peggio.
Perché quando si parla di imprese, lavoro, sviluppo urbano, mobilità, commercio, servizi, artigianato e fiscalità locale, non si può procedere a simpatie, fotografie, cerchi magici o tavoli selettivi.
Una città amministrata seriamente ascolta chi rappresenta pezzi veri della società.
Non solo chi è comodo da ascoltare.
CNA rivendica autonomia politica ed equidistanza
Il comunicato si chiude con un passaggio che merita attenzione.
Perché CNA Catania rivendica apertamente la propria autonomia rispetto alla politica.
Scrive l’associazione:
«CNA Catania continuerà comunque a mantenere la propria autonomia, la propria equidistanza rispetto a ogni appartenenza politica e la libertà di valutare, sostenere o criticare le scelte delle amministrazioni esclusivamente nell’interesse delle imprese rappresentate e dello sviluppo del territorio.»
È un messaggio chiarissimo.
CNA non si iscrive al partito del sindaco.
Ma nemmeno al partito dei nemici del sindaco.
Dice una cosa diversa: giudica gli atti.
Sostiene ciò che ritiene utile.
Critica ciò che ritiene dannoso.
Ed è esattamente quello che dovrebbe fare ogni corpo intermedio serio in una democrazia adulta.
Il problema è che Catania, troppo spesso, tratta il dissenso come un fastidio e l’autonomia come una scortesia.
Invece l’autonomia è ossigeno.
Soprattutto quando riguarda migliaia di imprese che ogni giorno tengono accesa una parte essenziale dell’economia cittadina.
La chiusura del comunicato è netta:
«Perché le imprese meritano rispetto, ascolto e chiarezza.»
Tre parole.
Rispetto.
Ascolto.
Chiarezza.
Tre parole che, evidentemente, CNA Catania ritiene oggi insufficientemente garantite nel rapporto con l’amministrazione Trantino.
La questione politica: il Comune chiarisca il criterio
Adesso la palla passa a Palazzo degli Elefanti.
Il Comune può fare finta di nulla.
Può derubricare la questione a incomprensione.
Può rispondere con una nota generica, di quelle che dicono tutto e niente.
Oppure può fare l’unica cosa seria: spiegare pubblicamente quali siano i criteri con cui vengono scelti gli interlocutori sui temi che riguardano le imprese catanesi.
Perché qui non si tratta del galateo degli inviti.
Si tratta di rappresentanza economica, trasparenza amministrativa e qualità del confronto istituzionale.
Se CNA Catania rappresenta oltre 4.300 imprese e circa 15.000 addetti, la sua esclusione sistematica dai momenti di confronto su temi strategici non può essere considerata un dettaglio.
È un fatto politico.
Ed è un fatto che merita una risposta.
Non un sorriso.
Non una pacca sulla spalla.
Non il solito “ci vedremo presto”.
Una risposta vera.
Catania non ha bisogno di tavoli addomesticati
La città è piena di problemi reali.
Le imprese lo sanno meglio di chiunque altro.
Lo sanno gli artigiani.
Lo sanno i commercianti.
Lo sanno le piccole aziende.
Lo sanno quelli che ogni mattina aprono una saracinesca e non sanno se riusciranno a chiudere la giornata con i conti in equilibrio.
Per questo i tavoli istituzionali non possono diventare salotti selezionati.
Non possono essere passerelle.
Non possono servire a costruire consenso invece che soluzioni.
Catania ha bisogno di confronto vero.
Anche scomodo.
Anzi, soprattutto scomodo.
Perché chi amministra una città non deve cercare soltanto applausi.
Deve ascoltare anche chi pone problemi, solleva criticità, chiede conto delle scelte e pretende metodo.
È così che funziona una comunità adulta.
Tutto il resto è scenografia.
E di scenografie, francamente, Catania ne ha già viste troppe.










