Individuare in tempo reale l’arresto della propagazione del magma laterale è una delle sfide principali nella gestione delle emergenze eruttive dell’Etna. Uno studio dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) propone ora un indicatore sismico in grado di riconoscere quando un dicco magmatico smette di avanzare, supportando così le decisioni della Protezione Civile.
Le intrusioni laterali di magma, che si diffondono lungo fratture nella crosta vulcanica, rappresentano il principale fattore di rischio per centri abitati e infrastrutture circostanti. Determinare se un dicco possa fermarsi prima di raggiungere zone abitate è quindi cruciale.

Figura: Schema concettuale della propagazione di un dicco magmatico. Nella fase iniziale della propagazione del dicco (in alto a sinistra), la sismicità è caratterizzata da meccanismi focali di tipo normale e trascorrente. Nella fase finale (in alto a destra) si osservano anche meccanismi focali inversi, associati alla fratturazione del margine del magma solidificato, indotta dalla spinta del dicco.
Nella figura in basso è riportato l'andamento del Momento sismico totale calcolato dalla sismicità registrata. La linea tratteggiata rossa rappresenta il momento sismico totale atteso; le linee tratteggiate blu indicano l’inizio della fase iniziale e finale del dicco che non ha raggiunto la superficie. Sono riportati anche alcuni esempi di meccanismi focali ordinati temporalmente. Il rettangolo rosso tratteggiato evidenzia gli eventi registrati durante la fase di arresto, caratterizzata da meccanismi di faglia inversa.
.jpeg)
Secondo i ricercatori dell’INGV, la chiave risiede nei meccanismi focali inversi, eventi sismici provocati dalla compressione della crosta, in cui le rocce vengono spinte una contro l’altra. Normalmente, la risalita del magma genera terremoti estensionali, ma la comparsa di meccanismi inversi segnala un aumento della resistenza lungo il percorso del dicco, suggerendo un possibile arresto.
L’analisi di casi storici – dalla crisi del 1989 all’eruzione del 2002, fino agli episodi del 2008 e del dicembre 2018 – conferma il pattern: le intrusioni laterali che non raggiungono la superficie sono sistematicamente accompagnate da questi eventi compressivi. Un esempio emblematico è l’eruzione del 2002, quando la comparsa di meccanismi inversi anticipò l’arresto del magma prima che raggiungesse aree densamente popolate.
I ricercatori spiegano che il fenomeno è probabilmente legato al raffreddamento e alla solidificazione del magma nella parte terminale del dicco, che modifica il campo di stress da estensionale a compressivo. “Si tratta di un indicatore semplice ma efficace”, afferma Elisabetta Giampiccolo, ricercatrice dell’INGV. “Permette di riconoscere il potenziale arresto di un dicco quasi in tempo reale, offrendo un supporto concreto durante le crisi eruttive”.
L’approccio si basa esclusivamente su dati sismici, rendendolo applicabile anche in aree con reti di monitoraggio geodetico meno sviluppate, e rafforza il ruolo della sismologia nella sorveglianza vulcanica e nella sicurezza del territorio etneo.










