
L’alimentare è il comparto numericamente dominante della media impresa siciliana. Conta quasi la metà del totale delle aziende, 22 su 49, e registra il 43,9% del fatturato regionale. È però anche il settore meno competitivo. L’export si ferma al 17,5% delle vendite e la redditività operativa (EBIT margin), che misura il rapporto tra risultato operativo — cioè il margine generato dall’attività industriale al netto di costi finanziari e imposte — e fatturato è pari al 5%.
La meccanica, al contrario, pesa meno in termini di volumi (22,5% del fatturato, 11 imprese), ma è il comparto più orientato ai mercati esteri e con migliori indicatori industriali: 53,1% di export, EBIT all’11%, 157 addetti medi per impresa.
Questa asimmetria — tra il settore che fa fatturato e quello che fa competitività — è uno dei tratti distintivi della media impresa siciliana e ne spiega molti limiti strutturali.
La Sicilia non è fuori dal perimetro competitivo del Mezzogiorno. Le sue medie imprese sono redditizie, hanno tanti occupati e in alcuni casi esportano in modo significativo. Il loro ruolo della media impresa siciliana però, resta intermedio, anche nel confronto nazionale.
La media impresa siciliana insomma regge, ma non traina. Esiste, ma non fa sistema.
È quanto emerge dal Rapporto “Scenario competitivo, ESG e innovazione strategica nelle medie imprese del Mezzogiorno” presentato dall'Area Studi Mediobanca, Unioncamere e il Centro Studi Tagliacarne.

Il peso reale della Sicilia nel quadro nazionale
La media impresa industriale in Sicilia non è assente, dunque, ma il suo peso è contenuto.
Nel 2023 le 49 aziende attive sull’Isola hanno registrato 2,4 miliardi di euro di fatturato, pari all’1,3% del giro d’affari complessivo delle medie imprese italiane, con 5.789 addetti e 750 milioni di export. L’Ebit è stato pari al 7,9%.
Nel Mezzogiorno le mid‑cap industriali si concentrano principalmente in poche regioni: la Campania guida con 171 imprese e oltre 10 mld € di fatturato, seguita da Puglia e Abruzzo. La Sicilia, con 49 medie imprese e circa 2,4 mld €, resta indietro rispetto ai poli più dinamici e supera solo territori a tessuto industriale più rarefatto come Molise, Calabria e Basilicata.
Pochi poli produttivi, nessuna rete regionale
La distribuzione territoriale conferma una struttura concentrata, non diffusa.
Trapani è la prima provincia per fatturato aggregato (558 milioni di euro, 8 imprese), seguita da Ragusa (489,9 milioni, 7 imprese) e Catania (409,6 milioni, 8 imprese). Da sole concentrano oltre la metà del giro d’affari delle medie imprese siciliane.
Palermo, pur avendo lo stesso numero di imprese di Trapani e Catania, si ferma a 277 milioni di euro. Le province interne restano sotto i 110 milioni. Il risultato è un sistema che vive di poli isolati, non di una rete industriale regionale capace di generare continuità e filiere.
Export: presente, ma concentrato
Le esportazioni incidono per il 31,3% sul fatturato complessivo. Il dato, in sé, non è marginale. Il limite è, come detto all’inizio nella concentrazione in un solo settore. La meccanica sostiene l’export, mentre i comparti numericamente più rilevanti restano prevalentemente orientati al mercato interno.
Inoltre, se a livello nazionale la media impresa è spesso il motore dell’internazionalizzazione manifatturiera, in Sicilia questa funzione è parziale.










