È quanto cerca di approfondire Silvia Onorato, una giovane ricercatrice di 29 anni, originaria di Bagheria. Dopo la laurea in Astrofisica e Cosmologia all’Università di Bologna, sta per concludere quattro anni di dottorato a Leiden, in Olanda, ed è già pronta per il trasferimento alle Hawaii per lavorare al Gemini Observatory di Hilo.
Il suo lavoro si concentra sull’analisi della luce che è stata generata dai quasar, buchi neri supermassicci dell’universo primordiale; la luce emessa da questi oggetti ha viaggiato per miliardi di anni prima di arrivare ai nostri telescopi.
SudHitech ha intervistato Silvia per comprendere più a fondo in cosa consiste il suo lavoro.
Cosa che cercate di capire esattamente con la tua ricerca?
“In particolare io studio l'emissione prodotta dal disco di accrescimento dei buchi neri supermassicci attivi. Quello di cui io mi occupo è una fase dell'universo che noi indichiamo come "redshift = 6-7", un miliardo di anni dopo il Big Bang. In quest’epoca si formano le prime sorgenti luminose e l’universo passa da un stato prevalentemente neutro ad uno ionizzato. Come avviene? Cioè, quali sono i tempi scala? Quando questo processo inizia? E quando finisce?. Sono tante le domande interessanti, è importante e complessa non molto facile da studiare".
Come si svolge il tuo metodo di ricerca?
“Il metodo che utilizziamo si basa sull’osservazione di oggetti astrofisici. Studiamo lo spettro dei quasar scomponendo la luce in tutte le sue lunghezze d’onda, come attraverso un prisma, permettendo di identificare le impronte lasciate dall’idrogeno neutro. Per avere queste informazioni, usiamo telescopi, spettrografi, modelli teorici”.
Quale contributo questa ricerca può dare alla comprensione dell’universo?
La mia ricerca è un piccolo passo. Non mi aspetto di rispondere alle domande fondamentali. Però più oggetti osserviamo a redshift diversi, più riesci a capire l’abbondanza di idrogeno, e così, riesci a fare una mappatura. La luce dei quasar è un messaggio dal passato, ci permette di costruire un’immagine dell’evoluzione dell’universo primordiale. Gli scienziati cercano di risponde alle domande su chi siamo, da dove veniamo, perché siamo qui. Chi fa ricerca solitamente è interessato alla conoscenza in quanto tale. Ed è un po quello che cerchiamo di fare noi, cioè capire perché l’universo oggi è quello che è. È una bella domanda e la risposta non è banale.
Ogni osservazione aggiunge un tassello al grande puzzle della conoscenza cosmica.
Com’è la vita da ricercatrice?
È intensa, con tanti pro e contro. Il più grande vantaggio è la flessibilità: puoi lavorare ovunque, viaggiare molto per conferenze e scambi scientifici.
Dall’altra parte, però, c’è molta competizione. Essere selezionati è davvero difficile e le candidature spesso devono essere inviate in tutto il mondo. A questo si aggiunge la cosiddetta “sindrome dell’impostore”, molto diffusa tra i ricercatori. È un tema di cui si parla poco ma che meriterebbe maggiore attenzione. La sensazione di non essere mai abbastanza, di non meritare il proprio ruolo perché ci sarà sempre qualcuno più qualificato. Questo fa sentire molti di noi come degli “impostori”, nonostante stiamo semplicemente facendo il nostro lavoro.
Spesso i ricercatori senior e i professori mostrano grande sicurezza e questo atteggiamento può accentuare il senso di insicurezza in chi è ai primi passi nel mondo della ricerca. Ecco perché molti giovani ricercatori si sentono, appunto, come di non meritare il loro posto.
Quali sono le tue prospettive future?
Il futuro è incerto, come spesso accade nella carriera di un ricercatore. Io inizierò la mia esperienza alle Hawaii, che durerà due anni. Dopo, se continuerò a godermi il lavoro e a trovare soddisfazione nella ricerca, cercherò altre posizioni o borse di studio. L’importante è continuare fintanto che questo lavoro mi fa stare bene; se un giorno non sarà più così, valuterò altre strade.











