C’è un cuore che batte tra le botteghe, i profumi del legno e le venature di una Sicilia che sa ancora costruire bellezza. È il cuore dell’artigianato, quello che la CNA – Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa, custodisce e promuove come un patrimonio identitario, economico e culturale.
All’interno di questa grande rete, il settore Legno e Arredo rappresenta un pilastro di tradizione e innovazione, un comparto che unisce maestria manuale, design e tecnologia. A guidarlo a Catania è Riccardo D’Antone, imprenditore catanese e presidente di CNA Legno e Arredo, oltre che a capo dell’azienda Sicilia Intarsi, realtà che da quasi un secolo porta l’eccellenza artigiana dell’isola nel mondo.
Fondata negli anni Trenta, Sicilia Intarsi nasce da una storia familiare che attraversa generazioni, guerre, ricostruzioni e successi internazionali. Dai laboratori di Catania ai palazzi di Mosca, da New York al sultanato del Brunei, l’arte dell’intarsio siciliano ha conquistato scenari globali mantenendo intatta la sua anima mediterranea.
«È una storia che nasce con mio padre, negli anni del dopoguerra — racconta Riccardo D’Antone — quando la provincia di Catania viveva il boom dell’arredamento. Le grandi aziende di allora, come la Mediterranea Mobili, esportavano in tutto il mondo. Da lì si è formato un tessuto di saperi, un know-how che ancora oggi rappresenta un’eredità preziosa per le piccole imprese artigiane».
Presidente D’Antone, cosa rappresenta oggi la CNA per il mondo del legno e dell’arredo? «La CNA è una comunità di artigiani che si aiutano a crescere. Le associazioni di categoria oggi sono fondamentali, perché riescono a creare rete e aggregazione in un settore, come quello artigiano, che per sua natura tende all’individualismo. A Catania abbiamo costruito un gruppo coeso che non solo tutela le imprese, ma guarda insieme a nuovi mercati e nuove prospettive».
Lei parla spesso di un problema cruciale: il ricambio generazionale. Come si può affrontare questa sfida? «È il nodo più difficile da sciogliere. I figli degli artigiani spesso non proseguono l’attività dei padri, e il rischio è che il sapere manuale si disperda. Per questo guardiamo con interesse a programmi di collaborazione internazionale: ad esempio, CNA nazionale ha avviato un dialogo con l’Egitto, dove esistono scuole di formazione per la lavorazione del legno. Potrebbe essere un modo per creare nuove professionalità anche in Italia, rispondendo a una domanda di manodopera sempre più urgente».
Catania ha una lunga tradizione nel settore del legno. Da dove nasce questa vocazione? «Dalla sua posizione strategica. Il porto di Catania era un punto di arrivo per le materie prime e la stazione merci di Acquicella portava i tronchi direttamente nella zona di San Cristoforo. Lì nacque una vera scuola artigiana: scultori, ebanisti, intarsiatori. Negli anni del boom economico Catania era un laboratorio creativo di altissimo livello. Oggi siamo rimasti in pochi intarsiatori nel Sud, ma custodiamo quella memoria con orgoglio».
Oggi la grande distribuzione ha cambiato il mercato. C’è ancora spazio per l’artigianato? «Certo, ma bisogna ripensarsi. La grande distribuzione ha assorbito il segmento medio-basso del mercato, ma ha lasciato spazio al su misura, alla qualità, alla personalizzazione. E questo è il nostro territorio d’elezione. Il turismo, per esempio, sta crescendo moltissimo: hotel, resort e B&B di alto livello cercano arredamenti unici, che solo l’artigiano può offrire. È in questo equilibrio tra tradizione e innovazione che possiamo continuare a prosperare».
E la tecnologia? È una minaccia o una risorsa per l’artigiano? «Una grande risorsa. La tecnologia è entrata nei nostri laboratori sotto forma di macchinari avanzati, ma anche attraverso la comunicazione digitale. Oggi ogni artigiano deve avere una vetrina online. Io stesso ho ricevuto una commissione dal sultanato del Brunei grazie a un contatto nato su internet: abbiamo restaurato pannelli intarsiati nel palazzo reale. La tecnologia apre porte inaspettate, ma resta sempre la mano umana a fare la differenza».
C’è un sogno che vorrebbe realizzare come presidente di CNA Legno e Arredo? «Mi piacerebbe creare una “Casa del Legno”, uno spazio fisico dove si possa imparare, creare e condividere. Un luogo di formazione e cultura, dove i cittadini possano anche costruire il proprio mobile, accompagnati da maestri artigiani. Sarebbe un modo per restituire valore al nostro mestiere e trasmetterlo ai giovani».
Formare nuove generazioni di artigiani, dunque, è la vera sfida? «Sì. Come scriveva Erich Fromm ne L’arte d’amare, ogni arte richiede disciplina, sensibilità e conoscenza. L’artigiano deve formare prima sé stesso per poi creare. Lavorare il legno significa dialogare con la natura, dare forma a qualcosa che dura nel tempo. È un gesto d’amore, un atto di bellezza che rimane, forse per sempre».












